mercoledì 15 maggio 2013

Kiki, o del fardello del doppiaggio


Ormai dal 2005 la Lucky Red è la casa distributrice per l'Italia dei film dello Studio Ghibli. A partire dal Castello errante di Howl tutti i titoli di Miyazaki e studio sono stati distribuiti prontamente nella penisola; e dal 2009, con Totoro, è iniziato il ripescaggio dei titoli precedenti, a volte mai arrivati sul mercato ufficiale italiano.
Così, alla fine di aprile 2013 è arrivato al cinema anche Kiki consegne a domicilio, con un doppiaggio nuovo nuovo che intendeva rimediare a quello diffuso dalla Buena Vista nel 2002 nella sola versione home video, con una colonna sonora modificata per incontrare il gusto statunitense/disneyano. D'altra parte, alcuni dei segni caratteristici dei film Ghibli che il pubblico italiano ha imparato a riconoscere sono proprio la sonorità sobria e il linguaggio educato. Che, però, non appartiene realmente né a Miyazaki, né a Takahata o agli altri registi Ghibli.
Il linguaggio dei film Ghibli in Italia, quel «e tu come ti chiameresti?» che ricorre spesso, l'uso di parole forbite e di modi verbali estremamente desueti, è una creazione di Gualtiero Cannarsi, direttore del doppiaggio sconosciuto ai più.

La locandina originale.
La traduzione letterale del titolo è Le consegne espresse della strega.

Il fatto interessante è che la prima versione italiana di Kiki era stata ugualmente curata da Cannarsi, che aveva dovuto muoversi nel rispetto di alcuni paletti posti dalla Buena Vista: aveva ottenuto di poter tradurre i dialoghi originali e non quelli statunitensi, ma non di riportare la colonna sonora a quella giapponese. Il suo tocco nella traduzione già si avvertiva: ma in dieci anni Cannarsi è cresciuto, e ha portato avanti la sua personalissima idea di doppiaggio.
Così il linguaggio di Kiki, già formale e molto educato, è diventato addirittura ricercato: Jiji, il gatto nero compagno della strega, in una delle scene iniziali non «esita» più, ma «cincischia»; il vestito che Kiki vorrebbe non è più «violetto», ma «color ciclamino»; e non si «piange e strilla», ma si «frigna». Non si contano i verbi e modi verbali degni d'un Baldassare Castiglione, e non dell'italiano neostandard (ma neanche dello standard) oggi in uso.
Sono scelte assolutamente coscienti per Cannarsi, che più volte ha ribadito le sue motivazioni: il giapponese non è l'italiano, ha modi e formalità diversi, e l'utilizzo di un linguaggio “straniante” rende bene l'idea di distanza di luoghi e culture. Il pubblico deve essere ben consapevole di non essere davanti a un film pensato in italiano.


Ma questa strategia funziona? Io, nella mia versione adolescente di spettatrice del Castello errante di Howl, mi ero accorta che nel linguaggio c'era qualcosa di particolare: ma non l'avevo attribuito alla direzione del doppiaggio, bensì a una scelta del regista, che voleva che i suoi personaggi parlassero in maniera “strana”. Riguardo a Kiki, ho chiesto a una mamma che aveva accompagnato (con piacere) le figlie se avesse notato qualcosa di particolare nel linguaggio utilizzato: la risposta è stata che sì, lo aveva notato e lo aveva attribuito al fatto che il film fosse vecchio. Pensava che anche il doppiaggio risalisse agli anni '80, e che per questo suonasse così desueto.
Mi sembra insomma che il messaggio di distanza culturale non arrivi con efficacia, se non a chi già è ben consapevole di cosa sta guardando.

D'altra parte, forse contraddicendosi, lo stesso Cannarsi in un'altra occasione ha dichiarato:
«Del pubblico non so, ma onestamente non mi interessa neppure. Nel senso che quello che a me interessa è la sensatezza in quanto tale, a prescindere da ogni captazione di benevolenza. Non è mia intenzione far piacere Miyazaki o i suoi film a nessuno. La mia intenzione è proporli ai miei connazionali nella maniera più vicina possibile a quello che erano in originale, ovvero quello che sono».
Ma traducendo in maniera forbita, desueta, insolita, con giri verbali improponibili in italiano parlato e contemporaneo, non si fanno percepire i film in maniera vicina a come erano in originale. In originale, ossia in giapponese, i protagonisti di Miyazaki & company parlano una lingua corretta, da ragazzi beneducati: in Italia parlano da simpatiche vecchiette o tipi stravaganti. Molto affascinante, ma diverso dal messaggio che lo Studio Ghibli aveva intenzione di comunicare, e che la traduzione dovrebbe farsi carico di trasmettere. I film dello Studio Ghibli trattano infatti di molti valori, di ecologia, di solidarietà, di rispetto della persona: ma fra questi non è presente quello della ricercatezza linguistica, che invece nelle versioni di Cannarsi è molto evidente.

Sorge quindi la domanda: il traduttore/doppiatore ha diritto di modificare a tal punto l'opera voluta dal regista (dallo studio, dagli animatori, da tutti coloro che sono dietro alla versione originale)? Il suo nome non dovrebbe comparire a questo punto accanto a quello del regista, sulla locandina?
D'altra parte, pubblicando una traduzione di Alice nel paese delle meraviglie fatta da Aldo Busi, che non sa frenare il proprio istinto comunicativo neanche quando traduce, si indica in copertina: può essere un valore aggiunto, o un ostacolo per chi vorrebbe una traduzione più vicina all'originale – è comunque una particolarità dell'opera che è bene sia nota al lettore. Traduttore e direttore del doppiaggio sono invece quasi sempre sconosciuti.

La copertina del DVD Buena Vista, 2002.

Una versione totalmente neutra di una traduzione non può certo esistere: ma resta il fatto che in Italia, oggi, esistono due doppiaggi di Kiki consegne a domicilio, entrambi fortemente caratterizzati. Quello Lucky Red è molto gradevole da ascoltare e filologicamente più corretto; ed espone il marchio Cannarsi su ogni scambio di battute.

6 commenti:

  1. Ottimo post, su un tema trattato troppo poco.
    E del resto la diversa caratterizzazione è solo parte del problema, se si pensa che ogni tanto le battute vengono proprio cambiate, in barba al significato originario. Giusto per restare su Miyazaki, segnalo un sito su cui è riportata la traduzione in italiano del copione di Mononoke Hime:
    http://bertola.eu/mononoke/copione.htm
    Qui non voglio spoilerare, ma le differenze ci sono, e non da poco. Nella versione italiana il finale è ben diverso; il doppiaggio italiano cambia completamente il senso del film.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Già, sapevo della faccenda di Mononoke! In quel caso, persino la traduzione americana è più fedele di quella italiana... e non sono neanche riuscita a capire bene il perché di quell'adattamento. Forse c'entra il fatto che la direttrice del doppiaggio, Silvia Monelli, non si fosse mai occupata prima di animazioni giapponesi, ma solo di film Disney? Sicuramente ha affrontato il film con sensibilità diversa da Cannarsi, e magari non si è neanche fatta troppi problemi - non sapendo quanto agguerriti siano i fan degli anime.

      Elimina
    2. Mah... tra l'altro Mononoke Hime è uscito in Italia nel 2000, quando ancora lo studio Ghibli non aveva un successo così ampio da giustificare un doppiaggio "aggiustato" per il grande pubblico.
      Che nervi.

      Elimina
  2. leggo solo ora. nn potrei essere più d'accordo. cannarsi è spocchioso, se ne frega del pubblico, mette avanti a tutto se stesso, non i film che doppia. ghibli per lui è una gallina dalle uova d'oro, senza ghibli non se lo filerebbe alcuno.

    RispondiElimina
  3. Cannarsi è una bbestia incompentente e boriosa che rovina la bellezza dei film ghibli.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ciao,
      la tua definizione mi sembra un po' eccessiva, ma è vero che un doppiaggio del genere compromette la godibilità dei film Ghibli.

      Elimina